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"E' bello morire per ciò in cui si crede". Paolo Borsellino





Il 19 luglio 1992. Ero in Sicilia. Non avevo idea di chi fosse Paolo Borsellino. Ero sul bordo della piscina di un villaggio – vacanze. La musica a palla. Animatori sorridenti. Era la vacanza del primo amore estivo. Spensierata, metà bambina metà donna. Meglio, mi davo le arie da donna ma in realtà ero una bambina. Dieci anni giusti. 16.58. La notizia venne diffusa una decina di minuti dopo, dagli altoparlanti del villaggio. La musica si fermò. Non capivo. Annunciarono che tutte le attività previste nel pomeriggio erano sospese. Sospeso pure lo spettacolo di cabaret serale. Il silenzio piombò.

 Ognuno si incamminò verso le villette a schiera. Qualcuno si fermò, formando capannelli. La voce bassa. Ho conosciuto la tristezza quel giorno. Era così forte la sensazione di dolore che ne ebbi paura. Non capivo. Tornai a casa, correndo. Quasi senza respirare. Trovai mia nonna, fuori al terrazzino con la tv accesa. Gli occhi blu, pieni di lacrime. Fu la prima a raccontarmi di Paolo Borsellino. Diventammo subito amici. Capitava sempre così quando mia nonna mi “presentava” qualcuno. Finivo per diventarci amica.

 In questi anni, ho letto del mio amico su vari libri, riviste e giornali, ho guardato film, docufilm, ascoltato parenti, testimonianze. Ho visto commemorazioni, ho letto post, partecipato a convegni sulla legalità, ma rimane sempre con me questa fottutissima sensazione di non aver capito un cazzo. Sono arrabbiata. Provo rabbia perché si parla di Falcone, di Borsellino e di mafia, come se fossero un ricordo lontano, qualcosa che non ci riguarda se non nella memoria. Non è così. 

La mafia è presente ovunque, in ogni Palazzo in cui c’è chi promette sapendo di non poter mantenere. In ogni angolo di via in cui c’è chi invita a tacere. In ogni stanza in cui si invita al compromesso. Complice è chi è sotto ricatto. Complice è chi tace. Complice è chi patteggia. Si compromette. Poi c’è una parte di mafia ancora più subdola e schifosa. E’ quella che si riempie la bocca di belle parole e organizza convegni e tavole rotonde mentre dietro l’angolo si accorda per avere una poltrona più comoda, con le ruote, così può arrivare al cesso senza doversi neanche alzare. E in tutto questo, mi fanno pena le mie figlie che come me in passato e come i figli di tanti altri, saranno costrette ad abbuffarsi di menzogne, sedute e zittite da uomini e donne con il sermone da recitare, pronto sul tavolo di lavoro, in bella grafia, su un foglio ben stirato.

 Alle mie figlie, che pure stasera hanno visto le lacrime girarmi nelle orbite, ho detto che devono scegliere fin da ora da che parte stare. La strada del coraggio è la più dura: dovranno rinunciare a favoritismi, a cariche importanti, a poltrone di velluto; è possibile che non abbiano molti amici, che si sentano straniere nella propria terra, che subiscano ingiustizie, minacce velate da sorrisi al vetriolo ma ogni giorno, ogni santo giorno, potranno rivendicare il loro diritto alla conoscenza e alla libertà. Ci vuole coraggio. Ci vogliono strumenti, educazione. Chiacchiere, solo chiacchiere. Neanche davanti ai morti gli sciacalli smettono di fingere.

La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

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